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31.10.08
Corte Penale Internazionale: Kirsch all'ONU
Polemiche. Il presidente Kirsch all'Onu: serve una nuova spinta
Ma a che serve L'Aja?
Troppo forte l'ostilità degli Stati alla Corte.
Ecco i casi su cui indaga oggi l'ICC
Questi i punti principali del discorso di ieri del giudice Kirsch all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “In primo luogo – ha affermato – la ratifica dello Statuto di Roma inciderà in modo determinante nell’esercizio effettivo della giurisdizione della Corte”. Affinché si possa parlare veramente di una Corte mondiale “e la sua azione possa essere veramente globale, è necessario – ha sottolineato il giudice canadese - che vi sia una ratifica universale” dello Statuto. Il Presidente Kirsch ha insomma rilanciato l’azione dei governi e della società civile, che tanti sforzi ha compiuto per la realizzazione di quella che sembrava a molti una vera a propria utopia. Gli stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma al momento sono 108, quindi quasi il doppio del necessario per l’entrata in vigore dello Statuto, ma rimangono i grandi assenti: ovvero i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Cina, Russia e Stati Uniti. Altri grandi assenti sono la stragrande maggioranza dei Paesi arabi, Israele, molti paesi Asiatici e alcuni paesi africani, tra cui il Sudan in cui sono attualmente in corso delle indagini. Il rilancio di una campagna di ratifica dello Statuto di Roma sembra al Presidente Kirsch una conditio sine qua non per garantire l’esistenza e il corretto funzionamento della Corte, che al momento non sta certamente lavorando a pieno ritmo. I processi vanno a rilento, ha spiegato, e uno dei problemi fondamentali è la impossibilità della Corte di spiccare e far rispettare i mandati di arresto. “La Corte continuerà a richiedere la cooperazione degli Stati, delle organizzazioni internazionali e della società civile. Gli obblighi legali di cooperazione devono essere rispettati e uno sforzo ulteriore sarà necessario. È più che ovvio – ha proseguito Kirsch nel suo discorso all’Assemblea Generale – che gli Stati devono eseguire i mandati di arresto o sostenere l’azione affinché tali mandati siano resi effettivi in base allo Statuto di Roma e ai loro obblighi internazionali”.
Una delle preoccupazioni maggiori del Presidente della CPI è la protezione delle vittime, che per la prima volta nel diritto penale internazionale, sono al centro del dibattimento e dell’azione legale. Le vittime di crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra possono costituirsi parte lesa nei processi, a differenza dei tribunali ad hoc, e chiedere un risarcimento che viene generalmente amministrato da un Trust Fund. In altre parole se non c’è pace senza giustizia, non c’è neanche pace senza riconciliazione e un forte lavoro nei territori interessati dall’azione della Corte per ridare alle vittime dignità e un sostegno concreto. Azione che ovviamente deve essere portata avanti di concerto con le Agenzie internazionali. “La creazione della CPI nel 1998 –ha affermato Kirsch – era fondata sul principio e sulla convinzione che giustizia e pace sono complementari. Il mandato della Corte e la sua indipendenza devono pertanto essere riaffermati e rispettati, in particolare quando le circostanze appaiono complesse”.
Il Presidente ha inoltre ricordato che “alcune affermazioni o il silenzio (degli Stati, ndr) possono generare delle convinzioni errate, e far dimenticare il ruolo di organo puramente giudiziario della Corte”. Lasciando da parte le polemiche, che sembrano anche interne, Philippe Kirsch ha ribadito l’importanza del rapporto con l’ONU chiedendone un rafforzamento e ha messo in luce che “nel decimo anniversario dello Statuto di Roma celebriamo anche l’adozione di due testi fondamentali per la legalità e il diritto: la Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio e la Dichiarazione universale dei diritti umani”.
REPUBBLICA CENTRAFRICANAIndagini cominciate il 22 maggio 2007, in seguito a segnalazione ufficiale (referral) da parte dello Stato Parte il 22 Dicembre 2004. Il 23 maggio 2008 la Terza Camera preliminare ha spiccato il mandato di arresto nei confronti di Jen-Pierre Bemba Gombo, che è stato arrestato dalle autorità belghe il 10 giugno 2008. Bemba è accusato di aver commesso crimini contro l’umanità (due capi di imputazione, tra cui stupro e tortura) e crimini di guerra (quattro capi di imputazione). L’imputato è accusato di essere stato il capo del Mouvement de libération du Congo (MLC) che, durante il conflitto tra il 25 ottobre 2002 e il 15 marzo 2003, si è macchiato di crimini contro la popolazione civile.
In particolare la Corte Preliminare ha concluso che Bemba potrebbe essere responsabile dei crimini commessi nella regione in quanto era de facto e de jure a capo delle milizie accusate di aver stuprato donne e bambini, ucciso civili, dato alle fiamme abitazioni e commesso ogni genere di atrocità nei confronti della popolazione inerme.
Il 4 novembre prossimo Bemba apparirà per la conferma delle accuse di fronte alla Terza Camera preliminare e il processo potrà avere inizio. L’indagine si è focalizzata sul periodo 2002-2003 ma il Procuratore Capo sta al momento indagando anche sui presunti crimini commessi a partire dalla fine del 2005.
Le violenze contro i civili, si legge nel documento presentato alle Nazioni Unite, "Sono state pianificate e perpetrate in maniera sistematica dal Movimento". Le indagini sono ancora in corso.
UGANDA DEL NORD
Indagine cominciata il 29 luglio 2004 in seguito a segnalazione ufficiale (referral) da parte del governo dell’Uganda del gennaio dello stesso anno. Il 14 ottobre 2005 vengono spiccati i mandati di arresto per Joseph Kony, Vincent Otti, Okot Odhiambo, Dominic Ongwen, e Raska Lukwiya, considerati i capi del Lord’s Resistance Army (LRA). Dopo l’annuncio, successivamente smentito, della morte di Dominic Ongwen, la CPI ha constatato la morte di Raska Lukwiya e sta verificando l’effettivo decesso di Vincent Otti. Il Procuratore Capo ha annunciato alla Camera preliminare che oltre alla battaglia contro i presunti criminali, in questo caso la Corte dell'Aja "deve confrontarsi con il Fato". La Seconda Camera Preliminare monitora costantemente la situazione dei mandati di arresto che sono stati spiccati in Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Sudan. La pressoché assenta azione giudiziaria però è compensata da un’intensa azione investigativa.
Il Procuratore Capo continua le indagini a carico dei capi del LRA, in particolare con l’inasprirsi della situazione nella regione, dopo l’occupazione del Parco Nazionale di Garamba e i continui attacchi alla popolazione civile. Il Lord’s Resistance Army sta allargando le proprie operazioni anche nelle circostanti Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Attualmente, però, si devono fare i conti con la mancanza di un qualunque arresto di peso nei confronti dei ribelli, nonostante una "soddisfacente" cooperazione da parte del governo e delle altre organizzazioni coinvolte.
Casi della Repubblica Democratica del Congo – Le indagini sono iniziate il 23 giugno del 2004 in seguito alle segnalazioni ufficiali (referral) dallo Stato Parte del 19 giugno dello stesso anno. Processo a Thomas Lubanga Dyilo, presunto capo dell’Union des Patriotes Congolais pour la Reconciliation et la Paix e comandante in capo del braccio armato delle milizie; accusato di crimini contro l’umanità e di aver utilizzato bambini al di sotto dei 15 anni come soldati. Il procedimento è attualmente fermo e Lubanga detenuto in attesa di processo perché non si è rischiato di non poter celebrare un giusto processo, in quanto il Procuratore Capo non ha rivelato delle informazioni che avrebbero potuto essere di utilità alla difesa per la discolpa dell’accusato. Processo congiunto a Germain Katanga e Mathieu Ngudjolo Chui la camera preliminare ha confermato le accuse di crimini contro l’umanità , tra cui omicidio, riduzione in schiavitù sessuale nel villaggio di Bogoro e nella regione dell’Ituri.
Non ancora cominciato il processo contro Bosco Ntaganda anche conosciuto come Terminator, accusato di crimini di guerra ai danni di bambini al di sotto dei 15 anni: mandato di arresto confermato e reso pubblico, il processo non è ancora cominciato. Nel frattempo la Corte sta decidendo come operare per il prossimo futuro e quali casi prendere in considerazione. Come sempre, recita il rapporto di ieri, "si prenderanno in maggiore considerazione i casi che riguardano le violenze contro la popolazione. Abbiamo intenzione di prendere i responsabili di questi crimini".DARFUR (SUDAN)
La situazione in Darfur è stata segnalata all’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 1593 (2005) del 31 marzo 2005 passata con undici voti e quattro astensioni , tra cui Cina e Stati Uniti, che hanno rinunciato ad esercitare il diritto di veto. La referral del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato il frutto di un grande lavoro diplomatico e rappresenta il primo atto ufficiale da parte dell’ONU nei confronti della Corte. IL 25 aprile 2007 la Prima Camera Preliminare ha spiccato il mandato di arresto nei confronti di Ahmad Muhammad Harun e Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman (“Ali Kushayb”). Il Procuratore Capo ha richiesto di spiccare il mandato di arresto nei confronti del presidente sudanese Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, sospettato di essere responsabile di crimini contro l’umanità, genocidio, e crimini di guerra.
Nel 2006 la Camera preliminare ha chiesto delle relazioni e pareri all’Alto Commissario per i Diritti Umani, Louise Arbour (ex procuratore capo del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia) e ad Antonio Cassese, a capo della Commissione internazionale per le indagini in Darfur, Sudan ed ex presidente del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Con la decisione della Corte Preliminare del 15 ottobre 2008 si è di fatto congelato il processo, in attesa di ulteriori prove a carico da parte dell’Ufficio del Procuratore.
Valentina Cosimati
Liberal, 31 ottobre 2008
18.10.08
Darfur - CPI: L'Onu grazia il Sudan
Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale Luis Moreno-Ocampo, che il 14 luglio scorso aveva suscitato un certo interesse da parte della stampa internazionale annunciando in grande stile di aver richiesto un mandato di arresto per il presidente sudanese.La Prima Camera Preliminare (Pre-Trial Chamber, grossolanamente assimilabile al giudice per le indagini preliminari, ndr) ha infatti deciso nei giorni scorsi di rimandare la questione al 17 novembre, chiedendo alla Procura ulteriore materiale a sostegno della richiesta per spiccare il mandato di cattura internazionale. Luis Moreno-Ocampo si è battuto strenuamente per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di un intervento in Darfur con tutti i mezzi a sua disposizione, tra cui la realizzazione e promozione del documentario prodotto dalla Warner Bros Independent Darfur Now! che ha coinvolto attori del calibro di Don Cheadle, Ted Braun e George Clooney e la cui proiezione al Palazzo di Vetro dell’ONU ha rischiato di causare un incidente diplomatico. La non decisione della Prima Camera Preliminare è un’azione un po’ ‘pilatesca’ da parte dei giudici, che hanno di fatto rimandato al mittente la spinosa questione del Darfur.
Andiamo con ordine. La Corte Penale Internazionale è un organismo indipendente a due ‘corpi’: la corte e l’Assemblea degli Stati Parte. La corte ha differenti organi - la Presidenza,
la Cancelleria per la parte amministrativa, l’Ufficio del Procuratore per le indagini e per l’accusa in sede di giudizio, e tre ordini di camere giudicanti – i cui rappresentanti più eminenti vengono eletti dall’Assemblea degli Stati Parte, con l’eccezione della Presidenza, i cui membri vengono nominati dai giudici. L’Assemblea degli Stati Parte ha una struttura molto simile a quella dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è assolutamente democratica e ha potere decisionale su questioni vitali per la composizione della corte ma non ha voce in capitolo sullo svolgimento dell’attività giudiziaria.Ne fanno parte, con uguale diritto di voto, i 108 stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma, ovvero tutti i paesi UE e del Commonwealth, la stragrande maggioranza dei paesi sud americani, un consistente gruppo di stati africani, alcuni stati asiatici, tra cui la Georgia. Grandi assenti tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU: Stati Uniti, Cina e Russia più Israele. In teoria le riunioni dell’Assemblea si dovrebbero te
nere a L’Aja ma il prossimo meeting è previsto per gennaio a New York. E proprio dalla Grande Mela sembra essere partita questa corrente fredda che ha rimandato l’azione della Corte in Darfur, una delle grandi sfide di Luis Moreno-Ocampo. Il Consiglio di Sicurezza ha suggerito nel 2005 con apposita risoluzione e conseguente referral (comunicazione ufficiale, ndr) all’Ufficio del Procuratore, di portare avanti le indagini in Sudan per cercare di arginare la crisi umanitaria e fermare i presunti responsabili del genocidio in atto. Il Sudan non è uno stato parte, e pertanto non ricade nella giurisdizione della CPI, ma la referral del Consiglio di Sicurezza ha permesso di aggirare la questione dell’ammissibilità. Il Procuratore capo, ben felice di poter proseguire la sua battaglia, ha individuato dei potenziali colpevoli e ha presentato la richiesta di alcuni mandati di arresto alla Prima Camera preliminare, che non si può opporre alle decisioni del Consiglio di Sicurezza sull’inizio delle indagini ma può decidere se spiccare o meno un mandato di arresto. La richiesta più spinosa è arrivata a luglio di quest’anno: mettere sotto processo Omar Hassan al Bashir, ovvero il presidente di uno stato sovrano che non ha ratificato lo Statuto di Roma e non rientra pertanto nella sfera dei paesi che hanno volontariamente accettato la giurisdizione sovranazionale della Corte.A Washington e a Mosca più di una persona si è accorta che si tratta di materiale esplosivo e va maneggiato con la dovuta cautela. Gli strumenti a disposizione sono molteplici, ma finora quello dello stand-by sembra il più gettonato, tanto che si paventa un possibile utilizzo dell’art. 16 dello Statuto di Roma, o
vvero il veto da parte del Consiglio di Sicurezza al proseguimento delle indagini per 12 mesi rinnovabili per questioni relative alla minaccia alla pace mondiale (il Capitolo VII della Carta ONU). È bene ricordare che la Corte, al contrario dei tribunali internazionali (ex Jugoslavia e Rwanda), non è un organismo delle Nazioni Unite e la sua azione non dipende dal Consiglio di Sicurezza, ma anche che non è prevista l’opzione dello svolgimento dei processi in contumacia. Al momento l’Unione Africana e la Lega Araba sono contrari a che Luis Moreno-Ocampo prosegua le indagini e la Francia di Sarkozy sembra intenzionata a voler richiedere la sospensione. La Cina, la Russia e la Gran Bretagna potrebbero appoggiare la richiesta di art. 16 se verranno garantiti alcuni requisiti minimi, tra cui il raggiungimento di un accordo di pace duraturo, la possibilità per le forze ONU di operare liberamente in Darfur e mettere sotto processo i presunti colpevoli dei massacri. Le istanze all’interno della società statunitense affinché i responsabili del genocidio vengano messi sotto processo a L’Aja sono molte e ben sostenute da una solida rete di lobbies e ONG, ma non c’è ancora
una presa di posizione netta e ufficiale da parte degli USA. Sebbene il presidente uscente George W. Bush abbia chiarito che i crimini in Darfur non possono continuare, ha anche puntato il dito, durante i lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sulla situazione in Ossezia del Sud, nella Georgia, stato parte della Corte Penale Internazionale. Per ora, insomma, il presidente sudanese non ha nulla da temere, soprattutto se fermerà le atrocità e consegnerà a L’Aja la persona considerata massima responsabile del genocidio e degli stupri di massa, Ahmad Muhammad Harun, attualmente ministro per i diritti umani del Sudan.by Valentina Cosimati
published on Liberal del 18 ottobre 2008
photo credits:
1. International Criminal Court in Voorburg, The Hague
2. Refugees in Darfur
3. Luis Moreno-Ocampo AP Photo by Jerry Lampen
4. South Ossetia by AFP/Getty images
5. UN Security Council by Patrick Gruban
14.10.08
Canada al voto, avanzano i Conservatori
In questi giorni i riflettori sono tutti puntati sulle elezioni statunitensi e sulla crisi finanziaria dei grandi mercati ma se si guarda attraverso le luci abbaglianti delle telecamere ci si accorge che a pochi chilometri a Nord di New York, nel secondo paese più grande al mondo in termini di estensione geografica, si sta decidendo chi governerà per i prossimi anni una delle democrazie più ricche in risorse naturali ed energetiche del pianeta. Oggi, i cittadini canadesi eleggeranno il nuovo governo federale, ora in mano ad una minoranza guidata dal conservatore Stephen Harper, coinvolto nei giorni scorsi in una polemica degna del tapiro d’oro.Le consultazioni elettorali in questa parte del Nord America sono una battaglia all’ultimo elettore, vige infatti l’uninominale secco e un solo voto può fare la differenza, per cui i candidati si presentano nelle case e nei luoghi di ritrovo, spiegando i programmi ed illustrando quello che hanno fatto fino a quel momento. Interi quartieri e condomini si tingono dei colori elettorali in una pacifica e molto civile dimostrazione di opinioni, i dibattiti si susseguono e ognuno ha la possibilità di incontrare il proprio candidato e di chiedere conto delle azioni politiche. A sfidarsi per la guida del paese il conservatore Stephen Harper, attualmente in carica con un governo di minoranza, il liberale Stéphane Dion, a capo dell’Opposizione Ufficiale, Jack Layton del New Domcratic Party (NDP), Gilles Duceppe per il Bloc Québécois e la leader dei Verdi, Elizabeth May. I sondaggi danno i Conservatori deci
samente in vantaggio con il 35%, i Liberali al 22%, l’NDP con un 20%, i Verdi al 13% e il Bloc Québécois attestato su un 9% nazionale.Un po’ a sorpresa il vantaggio dei Conservatori, secondo il sondaggio Harris/Decima – Canadian Press, coinvolge anche una provincia liberale come l’Ontario, categorie di elettori quali gli abitanti ‘metropolitani’ (contrapposti a quelli ‘rurali’) e le donne; il Quebec mantiene forti i valori indipendentisti della provincia francofona con una maggioranza abbastanza netta del Bloc Québécois. L’NDP, la ‘sinistra’ più vicina ai sindacati, sembra voler fare spazio ai Verdi, sempre più radicati nel territorio. Stando ai sondaggi, quindi, la questione sarà, anche per questa quarantesima tornata elettorale, giocata sui seggi alla Camera; bisognerà contare i voti in ogni distretto, insomma, per sapere se i Conservatori riusciranno ad ottenere un numero sufficiente di deputati per garantire la maggioranza effettiva in Parlamento e stabilizzare una situazione di incertezza, certamente non utile alla risoluzione della crisi finanziaria che si sta abbattendo come un ciclone anche in Canada.
I Liberali, a capo dell’opposizione ufficiale, hanno sempre accusato Harper di essere più attento agli interessi dell’amministrazione Bush che a quelli nazionali, sia sul piano delle risorse energetiche che su quello della lotta al terrorismo internazionale. L’opposizione contesta al premier in carica di aver tentato di ‘svendere’ parte delle preziose risorse energetiche canadesi agli USA proprio mentre l’intervento in Iraq assumeva sempre più i tratti di un’azione militare a cui i canadesi, tradizionalmente impegnati solamente in operazioni di mantenimento della pace e
fortemente coinvolti in organizzazioni internazionali volte alla riduzione netta dell’uso della forza, non hanno nessuna intenzione di partecipare.A poche ore dall’inizio delle operazioni di voto, come di consueto già cominciate tra qualche polemica per i costi di tali procedure e una grande partecipazione da parte dei soldati impegnati nelle operazioni di pace, i Liberali hanno diffuso un vecchio discorso del premier, mettendolo a confronto con quello del suo omologo australiano, in cui si riscontra più che una comunanza di intenti una vera e propria identificazione tra i due. Scandalo a corte? Non proprio, d’altronde la notizia non è freschissima e sono bastate le scuse ufficiali da parte della persona che l’ha scritto –e che si è giustificata ammettendo di aver preso in prestito pezzi del discorso di John Howard – per mettere tutto a tacere. Certo, l’aver ripetuto le parole della sua controparte australiana su una questione così delicata come l’appoggio all’intervento militare in Iraq non depone a favore del leader Conservatore, ma la diffusione di questo video potrebbe anche risolversi in un auto-goal per l’Opposizione, che secondo molti non ha saputo contrapporsi al governo in modo efficace.
by Valentina Cosimati
published on Liberal, 14 ottobre 2008
3.10.08
[ ]
2.10.08
distr azioni
24.9.08
messaggio aiwaves
Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.
Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
Ask and it will be given to you; seek and you will find; knock and the door will be opened to you.
For everyone who asks receives; he who seeks finds; and to him who knocks, the door will be opened.
Gospel according to Luke:11, 9,10
17.9.08
Segnalazioni - Opere Festival 2008
12.9.08
Airwaves - Contemporary Human Condition
11.9.08
Remembering 9/11
35 years ago.. 35 anni fa...
7.9.08
....
31.8.08
Lazy Sunday
What's the best version: Diana Krall, Joni Mitchell, Sharon Shannon, Tori Amos? mah....
"i am as constant as the northern star."
and i said, "constantly in the darkness
where's that at?
if you want me i'll be in the bar."
on the back of a cotton coaster
in the blue t.v. screen light
i drew a map of canada
oh canada
with your face sketched on it twice.
in my blood like holy wine
you taste so bitter and so sweet
well, i could drink a case of you, darling
and i would still be on my feet
i would still be on my feet.
oh i am a lonely painter
i live in a box of paints
i'm frightened by the devil
and i'm drawn to those ones that ain't afraid.
i remember that time you told me
"love is touching souls"
surely you touched mine
'cause part of you pours out of me
in these lines from time to time.
my blood
my holy wine
tastes so bitter and so sweet
well i could drink a case of you, darling
and i would still be on my feet
i would still be on my feet
she had a mouth like yours
she knew your devils and your deeds
and she said, "go to him, stay with him
but be prepared to bleed"
my blood
my holy wine
tastes so bitter and so sweet
well i could drink a case of you, darling
and i would still be on my feet
i would still be on my feet
30.7.08
Karadzic in Scheveningen
A friend won the bet on the date of his arrival, now Radovan Karadzic will have to face a long trial, the second act of the ICTY-Balkan SaGA.
Looking forward for the initial appearance. Most probably the trial will be in the same courtroom where Slobodan Milosevic defended himself till death.
Vacanze in Olanda... Karadzic trasferito a L'Aja oggi, trascorrerà l'estate sulla spiaggia, nella prigione di Scheveningen.
Un amico ha vinto la scommessa sulla data del suo arrivo, ora Radovan Karadzic dovrà affrontare un lungo processo, il secondo atto di questa SaGA Balcanica Tribunalesca
In trepidante attesa della comparizione in corte, molto probabilmente il processo si svolgerà nella stessa aula dove Slobodan Milosevic si è difeso fino alla morte.
23.7.08
Karadzic: Slobo, atto II
in attesa del III atto...
looking forward to see the 3rd Act...
BELGRADO (Reuters) - Radovan Karadzic si difenderà da solo al tribunale dell'Aia per i crimini di guerra ed è convinto che sarà scagionato dalle accuse di genocidio. Lo ha riferito oggi il suo legale.
Karadzic, leader dei serbo-bosniaci nella guerra di Bosnia del 1992-95, è stato arrestato in Serbia lunedì scorso dopo 11 anni di latitanza.
La sua cattura, insieme a quella di altri due ancora latitanti, era una condizione chiave per iniziare il cammino di affiliazione della Serbia nell'Ue. Karadzic si trova attualmente in un carcere di Belgrado, in attesa dell'estradizione all'Aia, che potrebbe avvenire nel fine settimana.
L'avvocato di Karadzic in Serbia, Svetozar Vujacic, ha detto che il suo cliente è in buone condizioni fisiche e mentali, che non ha parlato con gli investigatori ma "si è difeso con il silenzio".
"Avrà un team legale in Serbia ma si difenderà da solo (senza un avvocato) durante il suo processo all'Aia", ha detto Vujacic a Reuters. "E' convinto che vincerà con l'aiuto di Dio".
Karadzic ha due incriminazioni per genocidio, per il massacro di 8.000 musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995 e per i 43 mesi di assedio di Sarajevo, in cui morirono 11.000 persone per il fuoco dei cecchini, colpi di mortaio, fame e malattie.
L'ex-leader serbo bosniaco ha vissuto sotto falso nome per anni, lavorando come medico alternativo con tanto di sito Web (http://dragandabic.com/) promozionale.
Indossava spessi occhiali e si era fatto crescere barba e capelli, che raccoglieva in un ciuffo, per nascondere il suo famoso volto.
Libero di girare per la città, era cliente regolare di una taverna di Belgrado di proprietà di un serbo bosniaca, che aveva un suo ritratto dei tempi della guerra nel suo bar.
"Ha chiesto di taglairsi i capelli e di farsi la barba", ha detto Vujacic. "Oggi mi aspetto di vederlo con i capelli corti e rasato".
Il legale ha aggiunto di voler formalmente appellarsi entro venerdì contro il mandato di estradizione di Karadzic, per consentire alla sua famiglia di fargli visita, se sarà loro permesso di lasciare la Bosnia.
La moglie e i figli di Karadzic non possono lasciare la Bosnia, secondo alcune misure varate per spezzare la rete di supporto. Ora sono in attesa di aver il permesso per andare in Serbia.
"Pensava di consegnarsi nel gennaio 2009, quando il tribunale dell'Aia non potrà più iniziare nuovi processi", ha detto suo fratello Luka Karadzic. Molti serbi vedono il tribunale come parziale, contro la loro nazione.
"Sarebbe più equo se potesse essere processato in Serbia alla presenza di un giudice internazionale".
Source Reuters on Yahoo!
22.7.08
ICTY Most Wanted War Criminal Karadzic Arrested
Karadzic was a poet, a psychiatrist, an intellectual who wanted an ethnically 'clean' Bosnia.
He is charged with 11 counts of genocide, crimes against humanity, violations of the laws or customs of war and grave breaches of the Geneva conventions of 1949.
Radovan Karadzic è stato arrestato, Sarajevo e L'Aja in festa.
Karadzic era un poeta, uno psichiatra, un intellettuale che voleva una Bosnia etnicamente 'pulita'.
A suo carico ha 11 capi d'accusa per genocidio, crimini contro l'umanità, violazioni delle leggi di guerra e gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949.
17.7.08
Happy 10th anniversary Rome Statute!
23.6.08
Antisemitismo in Francia... :-(
RAGAZZO EBREO IN COMA DOPO AGGRESSIONE A PARIGI
Inquietante episodio di violenza razzista a Parigi. Un diciassettenne francese di religione ebraica, Rudy Haddad, e' in coma da ieri sera dopo essere stato aggredito da un gruppo di giovani di origini africane verso le 20, nel XIX arrondissement, a nordest di Parigi. Ne ha dato notizia la polizia che ha fermato cinque persone. L'accaduto e' stato condannato con forza dal presidente Nicolas Sarkozy che prima di partire per Israele si e' detto "profondamente indignato" e ha ribadito la sua "totale determinazione a combattere ogni forma di razzismo e antisemitismo" Haddad e' stato aggredito con spranghe di ferro da un numero imprecisato di persone, da sei a trenta, e secondo l'Unione degli Studenti ebrei, il fatto che "portasse una kippah (il tradizionale copricapo ebraico, n.d.r.) sgombra il campo da ogni dubbio che si sia trattato di un aggressione antisemita".
da Repubblica
3.6.08
ROMA (Reuters) - La proposta del governo Berlusconi di introdurre il reato di immigrazione clandestina è un esempio di politica repressiva e intollerante. E' quanto ha detto oggi l'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Louise Arbour.
Lo scorso 21 maggio il Consiglio dei ministri ha approvato il "pacchetto sicurezza" che comprende un disegno di legge per l'introduzione del reato di immigrazione clandestina, con carcere da sei mesi a quattro anni.
Moniti sull'argomento sono arrivati anche dal Vaticano. Venerdì scorso il Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti ha detto in un documento che gli immigrati che lavorano, anche se clandestini, sono una risorsa per la società, e che lo stato italiano, nel dare un giro di vite sulla sicurezza, non dovrebbe rinunciare ai princìpi di accoglienza che lo hanno finora caratterizzato.
Oggi l'arcivescovo Agostino Marchetti, segretario del Pontificio consiglio, è tornato sulla questione dichiarando in un'intervista che il reato di immigrazione clandestina non può esistere.
Gli incendi di campi nomadi hanno attirato sull'Italia le critiche di esponenti del governo spagnolo e dell'Osce, e ha portato il Parlamento europeo a dedicare una seduta alla situazione dei rom nel nostro Paese.
22.5.08
Headscarves
I think that this is a way to reduce an issue to a tissue.
11.5.08
7.5.08
Back from Israel
28.4.08
Israele
27.4.08
Estate... Summer
21.4.08
Oggi..
... oggi sono masochista ...
e questo mi fa sentire tanto 'di sinistra'
....today I'm masochist......
and this makes me feel so 'leftist'
I demoni di Giuliano Montaldo
1.4.08
TSF - Mobilitazione il 2 aprile
25.3.08
Balcani, terra di conflitti e convivenze
I Balcani stanno tornando prepotentemente sotto la luce dei riflettori internazionali, ricordandoci che il rischio di nuovi conflitti in Europa è sempre vivo. In questi giorni le immagini dell’accidentale esplosione del deposito di armi in Albania hanno riportato alla mente quelle delle guerre degli anni ‘90 nella ex Jugoslavia, un focolaio non ancora spento dai venti della pace come dimostrano le preoccupanti notizie dal Kosovo.
La provincia serba a maggioranza albanese che lotta per l’indipendenza è balzata di nuovo agli onori della cronaca internazionale per scontri e atti di violenza in cui ha perso la vita anche un ufficiale delle Nazioni Unite. Si è ricominciato a sentir parlare di radici profonde del (secondo alcuni insanabile) conflitto interetnico. Come a dire che etnie, culture e religioni differenti non possono convivere pacificamente, almeno non nei Balcani e forse, in fondo, non è proprio possibile che cristiani e musulmani riescano a vivere in pace, soprattutto in Europa.
Nei Balcani però esiste una lunga tradizione di convivenza pacifica e forse quello che si vuole far passare come conflitto interetnico non è propriamente tale.
Una delle questioni spinose lasciate un po’ nel dimenticatoio è quella della Republika Srpska di Bosnia, la regione immediatamente a Nord di Sarajevo dove sono stati scritti con sangue musulmano alcuni dei più orrendi capitoli delle guerre degli anni ’90. La Republika Srpska è oggi una regione a larga maggioranza serba, i residenti possono votare alle elezioni per il governo di Belgrado, purtroppo di musulmani o cattolici sono rimaste poche tracce.
In altre parole, è una regione ‘etnicamente pulita’, con tutta la tragicità che questa espressione porta con sé in termini di vittime, crimini contro l’umanità e genocidi – Srebrenica, con oltre 8000 musulmani uccisi in pochi giorni; Foca, campo di stupro per giovanissime donne ‘non serbe’ sono solo alcuni degli esempi.
Da anni serpeggia l’ipotesi che la Republika Srpska, riconosciuta come una delle due ‘entità’ della Bosnia Erzegovina, possa essere dichiarata indipendente. Idea che ovviamente non piace alla Federazione della Bosnia Erzegovina e soprattutto non è accettabile dalla comunità musulmana bosniaca, che pure ha dimostrato negli anni un’altissima capacità di perdonare, per lo meno a Sarajevo.
Insomma, i serbi del Kosovo affermano a ragione di essere perseguitati nella provincia a maggioranza albanese e sono contrari alla ‘secessione’ dalla Serbia, e dall’altro lato i bosniaci sono contrari alla secessione della Republika Srpska, tanto per ricordare al mondo intero che gli accordi di Dayton hanno posto fine al conflitto armato ma hanno di fatto formalizzato la pulizia etnica.
All’apparenza i conflitti tra le ‘etnie’ sono insanabili ma la storia ci insegna che non sono le ‘etnie’, le religioni, le culture ad incontrarsi (o scontrarsi più o meno violentemente): il dialogo nasce sempre e comunque dalle persone, sono le persone, i cittadini interagenti in uno spazio pubblico condiviso, quelle che possono veramente fare la differenza.
Si dice che le buone notizie non facciano notizia e in effetti si dimentica sempre di menzionare che nei Balcani, e soprattutto in Bosnia Erzegovina – lo stato più preso di mira ma anche quello in cui le ‘etnie’ sono maggiormente ‘mescolate’ – la tradizione di convivenza pacifica si è sempre espressa proprio in gesti di quotidiano rispetto, quali, ad esempio, l’usanza di tenere in tutte le case non musulmane dei piatti per gli ospiti in cui non era mai stata messa della carne di maiale.
Sarajevo è una città in cui le contraddizioni eccessive sono la norma e colpisce come un pugno nello stomaco ascoltare le parole sorprese di molti musulmani che alla domanda ‘crede sia possibile che cristiani e musulmani possano vivere insieme pacificamente dopo la pulizia etnica?’ rispondono con semplicità che odiare il vicino di casa è una follia; che dimenticare non è né possibile né giusto ma si deve fare una chiara distinzione tra le persone senza scomodare dei, patriarchi e profeti; e che in fondo tante religioni significano più feste e più modi di celebrare la vita.
Nella ‘pacifica’ Europa è molto difficile capire un pensiero tanto semplice, frutto di anni di convivenza ma anche, e forse soprattutto, di un importante processo di laicizzazione della società.
Sono le persone, non le religioni, a fare la differenza, ma ciò è possibile solo in uno spazio pubblico in cui identità multiple possano interagire tra loro. Un imam in una chiesa o un vescovo in una moschea saranno sempre ‘ospiti’ in territorio altrui e la stessa cosa vale per cittadini la cui identità venga riconosciuta anche su basi religiose e/o etniche in stati che non riescono a garantire la laicità dello spazio pubblico condiviso.
by Valentina Cosimati
online @ Sole Rosso
21.3.08
Canada, un altro mondo è possibile
Il Canada ha sviluppato un sistema alternativo a capitalismo e comunismo, una terza via americana cui l'Europa potrebbe guardare con sempre maggior attenzione.
In Nord America, al confine con gli Stati Uniti, viene sperimentato un altro mondo possibile, un sistema a cui l’Europa potrebbe guardare con sempre maggiore attenzione, il multiculturalismo. Tra i numerosi tentativi di elaborazione di sistemi sociali e politici che consentano una convivenza pacifica tra culture differenti quello canadese nel tempo ha saputo produrre i risultati più interessanti in termini di ‘sistema’ nel pieno rispetto delle identità e delle libertà fondamentali.
L’Australia ha adattato il sistema canadese ma ha poi ‘virato’ a destra nel corso degli ultimi 15 anni, mentre i due modelli principali di integrazione che l’Europa ha prodotto nel corso dei decenni, quello assimilazionista francese e il londonistan, sono falliti dando vita a delle profonde spaccature all’interno delle società.
Il Canada è una realtà complessa da analizzare e osservare con attenzione. Contraddizioni, ingiustizie e criminalità sono presenti ma in modo abbastanza marginale rispetto allo stato generale delle cose.
Oltre 30 anni fa il governo si è interrogato sulla questione della convivenza tra culture differenti e l'8 ottobre 1971, il primo ministro Pierre Trudeau ha annunciato alla Camera dei Comuni l’adozione del multiculturalismo.
Da quel momento il Canada ha di fatto legittimato un nuovo concetto di cittadinanza basato sull’appartenenza alle comunità (religiose, nazionali, di interesse, di orientamento sessuale, etc.) che costituiscono lo stato inteso come spazio pubblico in cui interagiscono identità multiple, riconoscendo uguale dignità ad ognuna di esse.
Ha introdotto un sistema legale, politico e culturale che stimola la comunicazione tra le sue molteplici componenti e che viene periodicamente monitorato da appositi organismi governativi che controllano lo ‘stato di salute’ del sistema ed eventualmente agiscono per modificarne alcuni aspetti.
L’antropologa Mariella Pandolfi, donna forte e allergica ai conformismi del pensiero che ha lavorato per anni in Albania e nei Balcani criticando l’imperialismo dell’azione umanitaria e che oggi vive e insegna a Montreal, ha definito il multiculturalismo come “un sistema che riguarda tutti gli aspetti della vita sociale e politica basato sul rapporto tra le comunità, una grande tolleranza e una buona dose di nomadismo”.
Uno degli aspetti fondamentali del multiculturalismo è che si tratta per l’appunto di un sistema in quanto tale e non di un complesso di politiche innestate all’interno di una società fondamentalmente monoculturale; per usare una metafora medica, non si tratta di un organo trapiantato che potrebbe causare crisi di rigetto, ma di un intero corpo.
Tanto per cominciare le persone e le comunità che interagiscono nello spazio pubblico sono prese in considerazione come degli elementi sfaccettati (con identità multiple, per usare un concetto di Amartya Sen) che interagiscono in uno spazio pubblico condiviso, maggiore è la complessità delle interazioni maggiore deve essere la comunicazione tra gli elementi che compongono il tessuto sociale, per garantire una libera espressione dei differenti orientamenti (che molto spesso albergano in una sola persona, si può essere cristiani, indonesiani, amanti della matematica, contro la guerra, genitori, omosessuali, etc.) è necessario – secondo i canadesi – garantire il massimo grado di comunicazione tra le diverse componenti della società, evitando le ghettizzazioni tipiche del modello americano del ‘melting pot’.
Lo stato, allora, è visto come un garante di queste libertà e le strutture fondamentali per il benessere e l’arricchimento della società stessa, che secondo i canadesi sono l’istruzione, la sanità, il verde pubblico, etc.
Analizzare il sistema canadese in un articolo è pressoché impossibile senza scadere nei luoghi comuni, seguiranno quindi degli approfondimenti su alcuni aspetti di questa società nella speranza che sia “possibile immaginare – come afferma il filosofo Giacomo Marramao - un’identità europea basata sull’integrazione mediante il riconoscimento dell’identità come realtà contingente e aperta, definita nella relazione e nel divenire storico. Un’Europa dell’universalismo della differenza, in cui il criterio che prevale non è quello dell’omologazione ma quello che evidenzia i tratti che si differenziano perché vede in questi tratti dei momenti di ricchezza incommensurabile”.
by Valentina Cosimati
online @ Sinistra Europea
20.3.08
Giordano, speriamo che i media ascoltino Napolitano
Il Capo dello Stato ha affermato che non esiste il voto inutile. Dal segretario del PRC parole di apprezzamento per il ruolo di garante della Costituzione e l'auspicio che venga rispettato il diritto all’informazione
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervento sulle polemiche sul ‘voto utile’ e sugli appelli che stanno invadendo la campagna elettorale. I candidati premier dei due maggiori partiti continuano infatti ad affermare la necessità di votare per uno dei due poli per non ‘sprecare’ il diritto di voto, dando voce a chi la pensa diversamente da Pd e PdL.
“È chiaro che il voto non è mai inutile”, ha affermato il Capo dello Stato in Cile. Napolitano ha chiarito che “ciascuno saprà valutare”, aggiungendo che “ognuno darà il suo voto secondo il suo giudizio al partito a cui è più vicino, affine, oppure più importante al fine del rinnovamento della politica”.
Il Presidente non ha inoltre risparmiato una frecciata ai movimenti dell’antipolitica, definendo qualunquista chi ritiene che il Parlamento sia “una corporazione di avidi fannulloni”.
"Bisogna reagire a questo atteggiamento - ha sostenuto il Capo dello Stato - che una volta si sarebbe definito di qualunquismo, e da parte della politica ci vuole uno sforzo per lanciare un ponte di dialogo e di comunicazione”.
Immediata la reazione del mondo politico, con Franco Giordano, in testa che ha speso parole di grande apprezzamento nei confronti delle dichiarazioni di Napolitano che “ha saputo come sempre farsi interprete e garante dei valori costituzionali”. Il messaggio del Presidente “fa giustizia – ha aggiunto Giordano - delle chiacchiere propagandistiche sull’inutilità del voto se non per i due partiti maggiori”.
Il segretario nazionale di Rifondazione ha inoltre auspicato, facendo riferimento tra l’altro alle battaglie della Sinistra l’Arcobaleno per il rispetto della par condicio, che “il Presidente sia ascoltato dai media pubblici e privati che da settimane fanno il possibile per imporre una campagna elettorale limitata a due sole forze politiche”.
“Il voto alla Sinistra Arcobaleno – ha concluso Giordano - non è solo utile ma necessario per rappresentare in Parlamento anche interessi diversi da quelli di Confindustria, delle gerarchie ecclesiastiche o della Compagnia delle Opere, incontrata ieri in gran segreto da Veltroni”.
by Valentina Cosimati
online @ Sole Rosso
19.3.08
Tibet, il governo chiede di aprire le frontiere ai giornalisti
Vernetti alla riunione straordinaria delle Commissioni congiunte esteri di Camera e Senato: fondamentale il fattore tempo. Troika europea e importanza di aprire il dialogo fra Cina e Dalai Lama
Nella riunione straordinaria delle Commissioni congiunte esteri di Camera e Senato il Sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti ha affermato la gravità della questione tibetana e ha chiarito che il fattore tempo è fondamentale nella necessaria apertura di un dialogo tra il governo cinese e il Dalai Lama, interlocutore che la Repubblica Popolare Cinese non vuole considerare come credibile.
“Le olimpiadi con i carri armati a Lhasa forse sono tecnicamente possibili - ha affermato - ma culturalmente e politicamente inaccettabili”. “Pechino ha fatto un grave errore - ha aggiunto nella relazione alle Commissioni - a non considerare il Dalai Lama come un interlocutore credibile. Il leader politico e spirituale del Tibet ha infatti risposto negli anni – ha sottolineato nel suo discorso – alle accuse di voler instaurare uno stato teocratico con la creazione di strumenti democratici e con la lotta nonviolenta. Le lotte di questi giorni, che si sono estese ad altre province occidentali della Cina e che non sempre hanno avuto la natura pacifica che da sempre caratterizza l’opposizione a quella che “viene percepita dai tibetani come un colonialismo cinese”, dimostrano che il Dalai Lama è l’unico interlocutore con cui Pechino deve confrontarsi per evitare la degenerazione di un moto popolare in una sanguinosa rivolta”.
Le critiche interne alla politica nonviolenta del Dalai Lama si sono infatti concretizzate nei giorni scorsi nella dichiarazione delle sue intenzioni a dimettersi da capo politico del governo tibetano in esilio se le violenze fossero continuate. Per il momento a Lhasa si riporta una situazione di calma apparente, contornata da alcuni arresti da parte delle autorità cinesi.
Le notizie, però, sono inevitabilmente frammentarie perché – ha denunciato Vernetti – “dal 12 marzo si in tutto il territorio della Repubblica Popolare Cinese sono state oscurate le fonti che davano informazioni sul Tibet, compreso l’accesso ad internet, il controllo su fonti quali YouTube! con la cancellazione di video dalle regioni e un forte oscuramento delle informazioni alle ambasciate”.
Il governo italiano, ha annunciato Vernetti, ha inoltre dichiarato l’intenzione di istituire una missione indipendente di osservatori europei sotto forma di trojka tra Slovenia, Francia e Commissione Europea.
Nella riunione straordinaria delle Commissioni esteri è stata avanzata anche l’ipotesi di una iniziativa con il Consiglio dei diritti umani che potrebbe inviare una missione di monitoraggio, escluso il coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Per quanto riguarda la proposta del Presidente del Parlamento Europeo ai Capi di Stato per disertare la cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici il sottosegretario agli Esteri ha nicchiato, affermando l’importanza del fattore tempo per aprire un dialogo produttivo tra Pechino e il Dalai Lama.
Al neonominato ambasciatore cinese è stato espressamente richiesto, inoltre, che le autorità cinesi consentano un libero accesso dell’informazione europea nelle zone coinvolte dagli incidenti rilasciando i visti per giornalisti italiani ed europei che oggi non possono giungere in Tibet. Anche il Papa che fino ad oggi, malgrado numerose richieste, non si era pronunciato,è intervenuto sulla questione chiedendo alla comunità internazionale di rompere il silenzio.
by Valentina Cosimati
online @ Sole Rosso
18.3.08
Nelle piazze il dramma del Tibet. Musacchio, no a genocidio culturale.
Sale il numero dei morti a Lhasa allo scadere dell’ultimatum di Pechino, il Dalai Lama minaccia di ‘ritirarsi’ da leader in esilio. In Europa la società civile si da appuntamento in piazza. Musacchio: riconoscimento dei popoli per una società del multiculturalismo, il Parlamento Europeo si pronunci sul punto di vista del Dalai Lama.
In Tibet sale il numero di morti e i carri armati dell’esercito cinese sono già a Lhasa allo scadere dell’ultimatum di Pechino. Il premier Wen Jiabao ha accusato il Dalai Lama di orchestrare la rivolta, aggiungendo che i suoi seguaci stanno tentando di “incitare il boicottaggio” dei Giochi Olimpici di Pechino del prossimo agosto”. Da Dharamsala, in India, il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, premio Nobel per la pace, ha annunciato di essere pronto a ‘ritirarsi’ da capo del governo in esilio se le violenze continueranno e la situazione dovesse andare fuori controllo.Il Dalai Lama comunque mantiene la leadership spirituale dei Buddisti tibetani e il suo successore Gedhun Choekyi Nyima, 11° Panchen Lama del Tibet rapito il 14 maggio 1995 all’età di sei anni, rimane nelle mani delle autorità cinesi in “custodia preventiva”. La tensione è alta e le immagini dei carri armati evocano i fantasmi del massacro degli studenti in Piazza Tien an Men a Pechino nel 1989.
La crisi intanto continua a smuovere le coscienze occidentali, la Farnesina ha chiamato il neo-nominato Ambasciatore Sun Yuxi per esprimere disappunto e chiarire la situazione. In Europa si levano voci di protesta contro l’uso della violenza e si auspicano delle soluzioni di dialogo, ricordando che il boicottaggio delle Olimpiadi sarebbe un danno per il lento cammino del rispetto dei diritti umani in Cina. Gli Stati Uniti si indignano, la Russia, più preoccupata per quanto sta avvenendo nei Balcani, condanna l’uso illegale della violenza ma sostiene che si tratta di ‘affari interni’ alla Cina da non strumentalizzare in vista di Beijing 2008.
L’invito a rispettare l’autonomia del Tibet all’interno del territorio cinese senza boicottare i giochi olimpici è la posizione espressa da Roberto Musacchio, capogruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea al Parlamento Europeo. Musacchio ricorda la complessità della questione cinese e auspica “la riduzione dei dazi in favore di clausole ambientali e del lavoro”. “Spesso quando si pensa alla Cina – ha affermato - ci si fa prendere un po’ dall’angoscia per l’invasione delle merci cinesi senza tenere in considerazione l’importanza della pressione internazionale congiunta sui diritti ed in particolare su quelli ambientali e del lavoro. La lotta per il riconoscimento del popolo tibetano non su basi etniciste per la creazione di una società multiculturale dei diritti è una questione che deve essere affrontata con attenzione. Un genocidio culturale non è accettabile e il Parlamento Europeo dovrebbe discutere con chiarezza sul punto di vista del Dalai Lama”.
Manifestazioni più o meno pacifiche (impressionante quella nella tranquilla ‘capitale amministrativa’ dell’Olanda, L’Aja, in cui il cancello in ferro e muratura dell’ambasciata cinese è stato divelto dai manifestanti infuriati) si susseguono un po’ in tutto il mondo. In Italia si è tenuto il primo sit-in di fronte all’Ambasciata di Via Bruxelles a Roma, copromosso dalla Sinistra Arcobaleno, ieri i sindacati sono scesi in strada per una fiaccolata silenziosa e altre iniziative si sono susseguite nel corso della settimana.
Domani le Commissioni Congiunte Esteri del Senato e della Camera discuteranno del Tibet e la manifestazione che si terrà nel pomeriggio a Campo de’ Fiori ha ottenuto molte adesioni ‘bipartisan’ tra cui quella di Fausto Bertinotti, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni, Enrico Gasbarra.
by Valentina Cosimati
online @ solerosso
Un Arcobaleno di sedi per la sinistra italiana
Oltre 200 già operative per rafforzare il progetto unitario come costruzione di un movimento popolare radicato nel territorio.
Fausto Bertinotti è intervenuto all’inaugurazione della nuova sede della Sinistra l’Arcobaleno nella centralissima Via Liguria, a due passi da Via Veneto, ribadendo che “la Sinistra l’Arcobaleno è l’unica a proporre un modello sociale ed economico alternativo” invece che dei “correttivi all’esistente”.
L’apertura delle Case della Sinistra Arcobaleno è uno degli impegni più significativi per rafforzare il progetto unitario come costruzione di un movimento popolare e radicato nel territorio. Ad oggi il totale delle sedi già aperte in tutta Italia ammonta a 255, delle quali 91 sono sedi dei singoli partiti a disposizione della lista unitaria e 164 sono nuove sedi del soggetto unitario. La Sinistra l’Arcobaleno è presente in tutte le regioni italiane e a Bruxelles per la circoscrizione estero Europa.
Il candidato premier della sinistra italiana ha affermato che “quello che ci rende unici in questa campagna elettorale è che diamo vita a un vero processo costitutivo politico di un nuovo soggetto unitario e plurale. Ma se questo nostro stare insieme fosse solo un cartello elettorale ci sarebbe poco di cui entusiasmarsi”.
Bertinotti ha ribadito che la Sinistra l’Arcobaleno è l’unico soggetto nel quadro politico nazionale a presentare una reale alternativa al modello economico-sociale della globalizzazione. Alternativa che è possibile “perseguire attraverso tre processi di liberazione: delle lavoratrici e dei lavoratori dallo sfruttamento, delle donne e degli uomini dall’oppressione degli integralismi, sia del mercato sia religiosi, dell’ambiente da una economia di rapina”.
A conclusione dell’incontro di presentazione il Presidente della Camera uscente ha fatto un brindisi insieme alla responsabile dei giovani comunisti a suggellare l’incontro tra le diverse generazioni.
by Valentina Cosimati
online @ solerosso
14.3.08
Lhasa in fiamme, aspettando Beijing 2008
Le manifestazioni dei monaci buddisti a Lhasa, capitale della Regione Autonom
a del Tibet, sono sfociate oggi in scontro violento con le forze dell’esercito cinese.L’11 marzo scorso ricorreva il 49mo anniversario dell’occupazione del Tibet da parte del governo di Pechino, monaci e credenti si erano riversati per le strade della capitale tibetana e, nella tradizione non violenta che ha caratterizzato quasi mezzo secolo di opposizione all’occupazione cinese, hanno iniziato uno sciopero della fame. La polizia ha cercato di disperdere i manifestanti utilizzando gas lacrimogeni. Sono stati uditi degli spari, il mercato di Tromisikhang è in fiamme e i tre monasteri di Sera, Drepung e Ganden, dove i monaci sono in sciopero della fame, sono circondati dalla polizia militare.
“Le notizie sono ancora frammentarie – sostiene Fabio Amato, responsabile Esteri del PRC - ma ciò che sta avvene
ndo dice chiaramente che c’è un’escalation che va al più presto fermata attraverso la via della negoziazione e della soluzione politico-diplomatica. Siamo in presenza di un contenzioso decennale che non può essere risolto con l’uso della forza ma rispettando la cultura e i diritti del popolo tibetano”.Da più parti arriva la notizia che si sarebbe alla vigilia della dichiarazione dello stato di emergenza ma le agenzie riportano che il governo cinese per il momento non è in allarme. La reazione da parte degli USA è di ‘rammarico‘ per quanto sta avvenendo in queste ore e chiedono di rispettare la cultura tibetana.
L’ambasciata cinese in Italia ha fatto sapere che non vi sono italiani coinvolti n
egli scontri e non si riportano feriti di nazionalità italiana. Secondo il Dalai Lama, il leader in esilio dal 1959, le proteste sono “la manifestazione di un profondo risentimento del popolo tibetano verso l’attuale amministrazione”; il Dalai Lama ha fatto appello alla leadership cinese “affinché metta fine all’uso della forza e affronti attraverso il dialogo questo risentimento che cova da molto tempo”.Il governo di Pechino ha cercato di evitare che la questione dei diritti fondamentali venisse sollevata in concomitanza con le Olimpiadi ma la questione tibetana rimane aperta.
by Valentina Cosimati
online @ Sole Rosso
13.3.08
Giù le mani dal corpo delle donne
Servono pratiche di sviluppo capaci di liberare le donne anche gli uomini dalla povertà e dall’ingiustizia.
La vicepresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini ha commentato con soddisfazione la relazione di Feleknas Uca sulla parità di genere e l’emancipazione femminile nella cooperazione allo sviluppo, all’ordine del giorno nella sessione plenaria del Parlamento Europeo del 13 marzo.

La deputata tedesca ha evocato questioni che non erano state trattate dalla comunicazione della Commissione quale la povertà delle donne, l’istruzione, la salute, la violenza contro le donne, il loro accesso alla proprietà e al lavoro, e la politica commerciale delle donne e dell’Unione Europea.
“Nella strategia aggiornata della Commissione Europea sono stati trattati temi importanti e suggerite misure concrete”, ha sostenuto Feleknas Uca, notando però che sulla questione della salute riproduttiva e dei diritti sessuali delle donne nei paesi in via di sviluppo “la gran parte degli emendamenti si preoccupano di sopprimere alcuni passaggi del rapporto che rivendicano il diritto per le donne di decidere del loro corpo e della loro vita in modo libero e indipendente”. La deputata tedesca ha inoltre sottolineato che fin tanto che le donne non potranno decidere liberamente del proprio corpo e della propria vita “la tradizione umanista e i valori condivisi sui quali l’Europa è costruita” non si tradurranno in realtà.
In Sessione Plenaria Luisa Morgantini ha lodato la Commissione “per ave
re presentato una comunicazione articolata che per la prima volta definisce una strategia europea per la parità di genere nella cooperazione allo sviluppo” affermando il diritto ad essere protagoniste e non vittime “della nostra vita e della nostra sessualità”.La vice presidente ha sottolineato che è fondamentale per le donne decidere “in quale tipo di società vogliamo vivere, una società capace di affrontare e risolvere le discriminazioni, le ingiustizie, le violenze”.
Luisa Morgantini ha però criticato gli emendamenti presentati, in particolare da uomini, per la soppressione dei riferimenti alle strategie internazionali dal Cairo a Maputo sulla salute riproduttiva e sulla libera scelta delle donne alla procreazione. “Difendere la vita è sacrosanto, il diritto alla vita è pero’ – ha sottolineato - anche far si non vi siano esitazioni nel mettere in pratica politiche di sviluppo capaci di liberare le donne, ma anche gli uomini dalla povertà e dall’ingiustizia”.
by Valentina Cosimati
online @ Sole Rosso
11.3.08
L’arte di Joseph Beuys, pioniere dell’ecologia
A colloquio con Lucrezia di Domizio Durini su Joseph Beuys, in occasione dell’inaugurazione del prossimo capitolo dell’Operazione Difesa della Natura
Lucrezia De Domizio Baronessa Durini è una donna minuta e con un carattere di ferro, musa ispiratrice del fotografo e intellettuale Buby Durini, diffonde da anni il pensiero del maestro tedesco Joseph Beuys, ed è la curatrice della mostra Buby Durini for Joseph Beuys che inaugurerà il 21 marzo all’interno della manifestazione Padova Aprile Fotografia – passaggi / paesaggi 2.
Le opere in mostra sono parte integrante dell’Operazione Difesa della Natura sviluppata in Italia negli ultimi 15 anni di vita di Joseph Beuys, il maestro tedesco che insieme a Heinrich Boll e Petra Kelly, è stato tra i fondatori e gli ispiratori del partito dei Verdi in Germania alla fine degli anni ’70 e ha trascorso in Italia gli ultimi anni della sua vita, a
Bolognano, un piccolo paesino abruzzese dove sono passati tutti gli esponenti dell’Arte Povera e dell’Arte Concettuale, che hanno poi dato vita ai gangli vitali dell’arte e della cultura contemporanea. Joseph Beuys parlava di arte e responsabilità sociale, di ecologia della mente, chiedeva agli artisti di non fermarsi all’apparenza, alla storia e alla riflessione interna al mercato ma di rompere i confini, entrare nella vita delle persone e agire nella società.Lucrezia de Domizio Durini lo ha seguito e aiutato durante il periodo italiano ed è stata insignita delle cariche di Cavaliere della Repubblica Italiana e di Chevalier de l’Ordre des Arts e des Lettres per la sua opera di diffusione e comunicazione dell’arte nel mondo. “Beuys – ci racconta Lucrezia de Domizio Durini- parlava di ecologia, si batteva contro la fame nel mondo e ha posto al mondo intero domande che ancora oggi non hanno trovato risposta”.
Cosa intende per ecologia?
È difesa antropologica dell’individuo, della creatività e dei valori umani. Ci sono due tipi di ecologia: quella ambientale, che rimette a posto l’ambiente e l’ecologia profonda, che non solo guarda l’ambiente ma anche lo ‘stato spirituale dello spirito’. Senza ecologia della mente e dello spirito non ci potrà mai essere un’ecologia dell’ambiente. La difesa della natura di Beuys si esprime sostanzialmente in due principi. Il primo è che qualsiasi essere umano sul pianeta Terra ha una energia libera creativa, che messa in atto produce un bene per se stessi e un bene fruttifero per la società. Il secondo riguarda la collaborazione tra gli esseri umani e l’azione di solidarietà. Questi due concetti si concretizzano attraverso la scultura sociale vivente, fatta di uomini [senza distinzione di genere, ndr] legati insieme, con le loro differenze, da una solidale e libera collaborazione che consente lo sviluppo libero dell’energia creativa.
Joseph Beuys è stato tra gli ispiratori e i fondatori del Partito dei Verdi in Germania, ha creato l’Azione ‘Terza Via – idea e tentativo pratico per realizzare una alternativa ai sistemi sociali esistenti nell’Occidente e nell’Oriente’; cos’era la politica per lui?
È stato il primo a creare una partnership per gli aiuti umanitari e riteneva che vi fosse la necessità di costruire vie alternative a quelle esistenti, fondate sul rispetto della natura e dell’essere umano. La politica è la polis, quella che porta bene al popolo. L’ecologia della mente è pensare, capire e poi agire. Oggi siamo di fronte ad un’enorme crisi di identità della politica e della religione, che sono deboli e reagiscono con violenza alla crisi. Religo significa mettere insieme la parte materiale con la parte spirituale, e in questo momento vi è un pensiero solo verso la parte materiale, del profitto, dell’immagine e del potere. L’Italia vive una crisi enorme in questo senso, le persone sono in crisi e si rivolgono alla religione che è essa stessa in crisi e reagisce con violenza.
Beuys ha poi portato a Kassel molti personaggi del mondo della cultura per discutere di questioni che dopo oltre trent’anni non sono ancora state risolte…
È stato un momento di incontro tra personaggi dell’arte, della filosofia, della medicina, della vita reale per discutere di temi come la necessità di una terza via, dell’Europa unita, dell’importanza dell’acqua rispetto al petrolio, dell’ozono, della lotta tra le religioni, delle società capitalistiche e del rapporto con i paesi poveri. Questioni profonde di cui oggi è necessario parlare.
In che modo l’arte può intervenire su questi temi oggi?
Siamo stufi di quadri, compito dell’artista è di portare un bene e un aiuto per una rinascita sociale, culturale ed economica alla realtà nella quale viviamo. Nel 1984 a Basilea Kounellis [Jannis Kounellis, artista contemporaneo di origini greche, primo esponente del movimento Arte Povera, ndr] parlava in continuazione del Pontormo [Jacopo da Pontormo, pittore toscano del XVI secolo protetto dai Medici, ndr]. Beuys lo interruppe e disse ‘Basta con il Pontormo, va bene nelle scuole ma io torno ora da Madrid dove ci sono i portantini in sciopero’.
by Valentina Cosimati
online @ Sole Rosso
img credits Dharma of Enel
8.3.08
6.3.08
Il V-day di Eve Ensler
Tra il primo gennaio e il 31 marzo si celebra in tutto il mondo il decimo anniversario del V-Day – qui la ‘V’ sta per ‘Vagina’ - un decennale che segna una battaglia importante nella lunga lotta per l’affermazione del diritto alla vita, alla libertà e al piacere contro la violenza.
Il movimento ha assunto dimensioni planetarie in pochi anni, a dimostrazione che la violenza e l’oppressione nei confronti delle donne è universale. “Decidere sulla vita e sulla morte è elemento fondamentale nell’esercizio del potere – ha recentemente affermato Dacia Maraini, in scena all’Eliseo in questi giorni - e il controllo sul ventre delle donne, generatore di vita, sembra essere l’ossessione del nuovo millennio in ogni angolo del pianeta”. A cento anni dall’8 marzo 1908 il corpo delle donne continua infatti ad essere considerato un territorio di conquista, che deve essere mercificato, conquistato, violato, mortificato.
L’animatrice del V-Day (www.vday.org) è Eve Ensler, una newyorkese con un “corpo politico” che sembra fatto apposta per contraddire i dettami del sogno a stelle e strisce. Pioniera nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili, ama le frasi ad effetto, quelle che stordiscono e fanno pensare, sa entrare nel linguaggio comune e far passare idee di libertà anche sui più insospettabili mezzi di comunicazione. È un’artista straordinaria, una grande
comunicatrice ma anche una ‘cattiva ragazza’ determinata, forte, un po’ sfacciata. Il suo nome è associato ai Monologhi della Vagina, un testo letto, recitato e raccontato da migliaia di persone in tutti gli angoli del pianeta. Attrici e personalità di tutto il mondo hanno dato voce ai corpi di cui parla nei suoi scritti e incontrandola non si può fare a meno di immedesimarsi con lei.Eve è una donna normale, libera, che ha subito violenze e si è spesa nel mondo “affinché – ci spiega – altre donne non debbano passare attraverso lo stesso inferno”.
Eve Ensler è una di noi, una persona comune che diventa straordinaria perché osa parlare in pubblico di ‘cose di donne’ in un mondo in cui “l’idea stessa – ci chiarisce – che le donne siano esseri umani pienamente integrati è uno scandalo”. Una vergogna che va coperta con veli che nascondano il peccato o con bisturi che taglino via la vita da quel corpo di reato. “Tra il burqua e il botulino, tra le mutilazioni genitali femminili – ci ha spiegato - e le operazioni per il restringimento vaginale non vedo grandi differenze, se non che il burqua te lo puoi anche togliere mentre le cicatrici rimangono”.
Eve Ensler racconta le storie degli ‘obiettivi necessari’ (le vittime di stupro etnico e delle guerre), variazioni sul tema della stessa violenza che fa sì che la polvere sui resti di Ground Zero sia “la stessa - si legge nel suo nuovo libro Insecure at Last - di quella vista a Kabul, in Kosovo, in Bosnia”. Una violenza che fa i conti con l’idea stessa di identità e mette in scacco le sicurezze nazionali.
“Non penso – scrive nei Monologhi della Vagina - di essere estremista. Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne, si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo ad essere piegato, sterile e domato”.
Provocatoria, netta come la frangetta nera che le disegna la fronte mettendo in rilievo le labbra a forma di cuore, è autrice simbolo del movimento femminista americano del nuovo millennio. “Ho viaggiato nell’Afghanistan dei Talebani, nei Balcani degli stupri etnici, e non capisco – ci racconta - tutta questa paura dell’Islam. Non mi sembra che il cattolicesimo, l’ebraismo o il capitalismo siano tanto meno oppressivi nei confronti delle donne e non credo affatto – aggiunge - che l’incontro tra culture sia fonte di oppressione. Anzi, per certi versi il burqua è meno problematico della chirurgia estetica: per lo meno è una prigione da cui si può scappare, magari per concedersi un proibitissimo gelato”.
La violenza è un fatto quotidianamente accettato che lei, insieme al movimento V-Days, contesta con una straordinaria forza rivoluzionaria, chiedendo di sprigionare e liberare l’energia di corpi oppressi in gabbie di pensiero e comportamenti (auto) punitivi.
“Non ho mai capito – ci racconta – come sia possibile non essere femministi. È come essere contro la felicità”. Un principio così elementare che risulta incomprensibile e di cui l’artista newyorkese ha saputo mostrare a tutti la semplicità attraverso racconti di diete e tapis roulant. Eve Ensler ha subito e compreso appieno la banalità del male, quella che si incontra nei processi per crimini contro l’umanità, quella dei padri di famiglia o dei ragazzotti un po’ annoiati che sono diventati torturatori professionisti macchiandosi dei più efferati crimini di guerra, o quella della ragazzina obesa che odia le Stronze Magrissime o della modella che lascia che il suo carnefice-chirurgo la mutili all’infinito per ‘amore’.
by Valentina Cosimati
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